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Il mercato del lavoro è cambiato...devi già essere ciò che vuoi diventare


Questo non è un tema tipico del mio blog.

Parlo di investimenti, tecnologia, metodo, rischio.

Eppure, riflettendo su alcune esperienze recenti, mi sono reso conto che c’è un punto importante che vale la pena condividere: il mercato del lavoro — soprattutto in ambito tech e finanziario — non funziona più come pensiamo.


Me ne sono accorto davvero solo quando ho iniziato a partecipare ai processi di selezione. Quando passi dall’altra parte del tavolo, capisci quanto siano cambiate le regole del gioco. E capisci anche quanto tempo sprechiamo a giocare una partita che non esiste più.


Per anni ho visto persone — me incluso — passare ore a sistemare il curriculum: spostare bullet point, cambiare verbi, rifinire margini. È un lavoro che dà l’illusione di fare progressi. Ti fa sentire produttivo, come se stessi aumentando le tue possibilità.


La verità è molto più semplice e molto più brutale: oggi il curriculum è l’ultimo elemento del processo, non il primo. Nei mercati del lavoro che funzionano bene il CV viene scansionato da un algoritmo in meno di un secondo.

Non legge la tua storia.

Non apprezza la tua formattazione.

Non si emoziona davanti ai tuoi bullet point perfetti.

Cerca parole chiave. E tutti gli altri candidati stanno usando le stesse parole chiave.

Risultato: sei nella media. Invisibile.


E qui arriva il paradosso: il mio primo lavoro da sviluppatore l’ho ottenuto senza che nessuno guardasse davvero il mio CV.

Mi presentai con il mio GitHub, dove avevo pubblicato una web app e‑commerce dedicata alle birre speciali: carrello funzionante, canale di pagamento integrato, performance decenti, uso di librerie moderne per rendere l’esperienza più fluida.

Niente di rivoluzionario, ma era reale. Funzionava. E soprattutto dimostrava che sapevo fare qualcosa.

In quell’intervista non mi chiesero né la laurea, né certificazioni, né corsi.

Non vennero nemmeno menzionati. Parlammo solo di come avevo costruito quell’app, delle scelte tecniche, dei problemi che avevo incontrato e di come li avevo risolti.

Quello fu il mio trampolino di lancio. E ironicamente, oggi non sviluppo più web app e non uso più quel metodo. Ma fu sufficiente per aprire la porta.


E più recentemente, partecipando ai processi di selezione dall’altra parte, ho capito che quella dinamica non era un caso fortunato: è proprio così che funziona il mercato del lavoro moderno.

Quando valuti candidati, ti accorgi che nessuno viene scelto per un curriculum impeccabile. Vengono scelti per ciò che dimostrano, per come ragionano, per come raccontano un problema reale che hanno risolto.

È un modo di valutare molto più concreto, molto più vicino al lavoro vero.


Non è un caso che — al netto delle opinioni personali — Elon Musk nei colloqui faccia quasi sempre la stessa domanda:

“Parlami di un problema difficile che hai risolto. Come ci sei arrivato?”

Non gli interessa il CV. Gli interessa il processo mentale. Gli interessa capire se sai pensare, costruire, sbagliare, correggere.

E ti assicuro che, anche senza essere Musk, chi seleziona persone oggi cerca esattamente questo.


Il percorso reale, nel 2026, è molto diverso da quello che immaginiamo.

Prima ancora che il CV entri in gioco, qualcuno cerca il tuo nome su Google.

Se non trova nulla, non esisti. Se trova solo un profilo standard, sei come tutti. Se trova un contenuto utile — un’analisi, un progetto, un articolo, un repository — diventi immediatamente più interessante.

Poi arriva la fiducia: una referenza, una conversazione, un contatto.

E solo dopo, molto dopo, arriva la richiesta del curriculum. Perché serve a HR, non per decidere se assumerti.


Tech e finanza stanno convergendo verso un modello molto chiaro: non conta ciò che dici di saper fare, conta ciò che hai già mostrato di saper fare.


In Italia questo modello arriva più lentamente, perché il sistema è più formale e più legato ai processi tradizionali. Ma la direzione è inevitabile. E ignorarla significa restare fermi mentre il resto del mondo si muove.

Per questo ho deciso di parlarne qui, anche se non è il tema principale del blog.

Perché riguarda tutti: chi lavora, chi cerca, chi seleziona, chi vuole restare rilevante in un mercato che cambia più velocemente di quanto siamo abituati ad accettare.

Il curriculum serve ancora, certo. Ma è un documento di chiusura, non di apertura.

Il vero lavoro si fa prima: costruendo, condividendo, risolvendo problemi reali e lasciando tracce pubbliche del proprio pensiero.


È meno comodo, meno controllabile, meno rassicurante. Ma è così che funziona davvero.

 
 
 

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